ATENA

12.57 ragazzi & ragazze, io sono pronta e voi?

Voglio subito partire a raccontarvi di una grande dea stavolta…….   ATENA O MINERVA(roma) 

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Secondo i Pelasgi, la dea Atena nacque presso il lago Tritonide in Libia, dove fu raccolta e nutrita da tre ninfe di quella regione, che vestivano pelli di capra. Ma i sacerdoti di Atena narrano che Zeus inseguiva voglioso la titanessa Meti che per sfuggirgli assunse diverse forme, ma infine fu raggiunta e fecondata. Un oracolo della Madre Terra disse che sarebbe nata una figlia e che, se Meti avesse concepito una seconda volta, sarebbe nato un figlio destinato a diventare il padrone del cielo. Zeus allora, dopo aver indotto Meti a giacere accanto a lui, improvvisamente la inghiottì. Quando giunse il tempo del parto, Zeus fu colto da un terribile dolore di capo, e urlò tanto da destare gli echi del firmamento. Subito accorse Ermete, che indovinò la causa della pena di Zeus. Egli indusse dunque Efesto o, come altri sostengono, Prometeo, a munirsi di ascia e di maglio per aprire una fessura nel cranio di Zeus, ed ecco balzar fuori Atena, là sulle rive del fiume Tritone, tutta armata, con un potente grido che risuonò in cielo e sulla terra.

Dea della guerra, non gode delle sanguinose battaglie, come invece accade ad Ares e a Eris, ma preferisce appianare le dispute e far rispettare la legge con mezzi pacifici. Non porta armi in tempo di pace e qualora ne abbia bisogno le chiede in prestito a Zeus. La sua misericordia è grande. Se nei processi che si svolgono all’Areopago i voti dei giudici sono pari, essa di solito aggiunge il proprio per ottenere l’assoluzione dell’accusato. Ma se si trova impegnata in guerra non perde mai una battaglia, sia pure contro lo stesso Ares, perché più esperta di lui nell’arte strategica. Infatti, un giorno che Ares, sul campo di battaglia davanti a Troia, combatteva al fianco di Ettore e attaccava Diomede, Atena, resa invisibile dall’elmo magico di Ade, riesce a sviare il colpo di lancia del dio e lo fa ferire da Diomede. Ares emette un grido spaventoso e fugge verso l’Olimpo, dove Zeus lo fa curare. Un’altra volta, nella mischia degli dèi, che si svolge sotto Troia, Atena lotta contro Ares e lo sopraffà stordendolo con un colpo di pietra. Ma non solo nel ciclo troiano si manifesta questo antagonismo fra Ares e Atena. Quando Eracle dette battaglia a Cicno, figlio di Ares, questi volle difenderlo, e Atena dovette intervenire direttamente per far deviare la lancia di Ares. Eracle, approfittando di una mancanza della guardia del dio, lo ferì alla coscia, e Ares fuggì, vergognosamente, verso l’Olimpo.

Come non conobbe madre, così non conosce nè amore nè nozze. Molti dèi, Titani o Giganti avrebbero volentieri sposato Atena, ma essa rifiutò tutte le loro proposte. In una certa occasione, durante la guerra troiana, non volendo chiedere in prestito le armi a Zeus che si era dichiarato neutrale, pregò Efesto di fabbricarle un’armatura. Efesto rifiutò di essere pagato, dicendo astutamente che si sarebbe assunto l’incarico per amore; Atena non afferrò il significato di quella frase e, quando si recò nella fucina di Efesto, il dio all’improvviso si volse e cercò di usarle violenza. Atena si divincolò, ma Efesto, preso dal desiderio bagnò la gamba della dea. Disgustata, essa s’asciugò con della lana, e lanciò quella sozzura al suolo. Dalla terra così fecondata nacque Erittonio, che la dea considerò come proprio figlio. Lo allevò all’insaputa degli altri dèi e volle renderlo immortale. Lo rinchiuse in un cofano, sotto la custodia di un serpente, e lo affidò alle figlie del re d’Atene, Cecrope. Una sera, mentre le fanciulle ritornavano da una festa sacra portando il cesto di Atena a turno sul capo, spinte dalla curiosità, lo aprirono e qui videro il bambino circondato da un serpente. Le ragazze, terrorizzate, impazzirono e si uccisero, buttandosi dalla sommità dell’Acropoli. Venuta a sapere di questa disgrazia, Atena ne fu così addolorata che lasciiò cadere l’enorme roccia destinata a fortificare ulteriormente l’Acropoli: e quella roccia diventò il monte Licabetto. Poiché la notizia le era stata portata da un corvo, la dea ne mutò il colore delle penne da bianco a nero e proibì per sempre che i corvi si posassero sull’Acropoli. Erittonio si rifugiò nell’egida di Atena, dove essa lo allevò con tanta cura che alcuni lo credettero veramente suo figlio.

Tra Poseidone e Atena si accese una contesa per il possesso dell’Attica, e ciascuno cercava di fare a questo paese il più bel regalo possibile per accrescere i suoi titoli. Poseidone scagliò il suo tridente nell’Acropoli di Atene, dove subito si aprì un pozzo d’acqua marina che ancora si vede. Atena agì in modo più gentile, piantando un olivo accanto al pozzo. Poseidone, furibondo, la sfidò a duello, e Atena avrebbe accettato se Zeus non si fosse interposto nella disputa ordinando che i due dèi si rimettessero al suo giudizio. Poseidone e Atena si presentarono dunque al tribunale divino, composto da tutte le divinità olimpiche. Zeus non espresse il proprio parere, ma mentre tutti gli dèi appoggiavano le pretese di Poseidone, tutte le dee si schierarono a favore di Atena. E così, per un voto di maggioranza, Atena ottenne di governare sull’Attica, poiché aveva fatto a quella terra il dono migliore.

I legami tra Atena e Atene sono confermati dalle leggende di Erittonio e del giuramento di Oreste. Della prima si è già parlato, rimane ora quella di Oreste. Oreste, perseguitato per mare e per terra dalle instancabili Erinni, dopo l’uccisione di sua madre Clitennestra, arrivò ad Atene. Tosto entrò nel tempio di Atena sull’Acropoli, sedette e abbracciò il simulacro. Ma Atena, che aveva udito le suppliche di Oreste dallo Scamandro, il territorio troiano di recente acquisito al suo culto, giunse in gran fretta ad Atene e, raccolti i più nobili tra i cittadini e i giudici, ordinò all’Areopago di giudicare Oreste. La votazione dei giudici si chiuse alla pari e allora Atena, che presiedeva il tribunale, si dichiarò dalla parte di Oreste. Prosciolto dunque con onore, Oreste ritornò in Argolide e giurò di essere un fedekle alleato di Atene fino all’ultimo dei suoi giorni.

Atena aiutò numerosi eroi tra i quali Perseo, Bellerofonte, Eracle, Giasone. Aiutò Perseo perché voleva la morte della bella gorgone Medusa che si era accoppiata con Poseidone in uno dei suoi templi: per questo motivo le aveva dato un aspetto così spaventoso da trasformare in pietra tutti quelli che la guardavano. Quando Perseo promise al re Polidette di portargli la testa della Gorgone, le Ninfe gli consegnarono sandali alati, una bisaccia e l’elmo di Ade che aveva la proprietà di rendere invisibile chiunque lo metteva, mentre Ermes lo armò di una roncola d’acciaio durissimo e Atena gli donò un lucidissimo scudo. Perseo volò fino alla terra degli Iperborei, dove trovò le Gorgoni addormentate. Fissò lo sguardo sull’immagine di Medusa riflessa nello scudo, Atena guidò la sua mano e con un solo colpo di roncola decapitò Medusa; allora, con sua grande sorpresa, vide balzar fuori dal cadavere il cavallo alato Pegaso e il guerriero Crisaore, i due esseri generati da Poseidone. Portata a buon termine l’impresa, Perseo donò la testa della Medusa ad Atena, che la fissò alla sua egida; ma altri dicono che quell’egida fu fatta con la pelle di Medusa, che Atena le strappò di dosso.

Atena modesta quanto Artemide, è molto più generosa. Quando un giorno, Tiresia la sorprese per caso intenta a fare il bagno, essa gli posò le mani sugli occhi e lo accecò, compensandolo tuttavia col dono della chiaroveggenza. Si dice che in una sola occasione Atena diede prova di incontrollata invidia. Aracne, una principessa di Colofone in Lidia, era così esperta nell’arte della tessitura che nemmeno Atena poteva competere con lei. Quando le mostrarono un mantello dove Aracne aveva intessuto scene d’amore tra gli olimpi, Atena lo scrutò attentamente per scoprirvi degli errori, e non trovandone alcuno lo lacerò furibonda. Allora Aracne, avvilita e atterrita, si impiccò a una trave. Atena la trasformò in un ragno e tramutò la corda in una ragnatela; Aracne vi si arrampicò salvandosi la vita.

Dea guerriera, armata della lancia e dell’egida (una specie di corazza in pelle di capra), ebbe una parte importante nella lotta contro i Giganti. Uccise Pallante ed Encelado. Scorticò il primo, e con la sua pelle si fabbricò una corazza. Quanto ad Encelado, lo inseguì fino in Sicilia e l’immobilizzò lanciandogli addosso l’isola intera. Eracle combattè al fianco di Atena nella lotta contro i Giganti, è il mortale il cui aiuto è necessario per soddisfare la condizione imposta dai Destini alla morte dei Giganti. D’altronde Atena cominciò con l’amarlo, nel momento in cui l’eroe fu sul punto d’intraprendere le sue fatiche. Sempre lei gli dette le nacchere di bronzo, opera di Efesto, con le quali egli spaventò gli uccelli del lago Stinfalo, che si alzarono in volo, permettendogli così di abbatterli a frecciate. In compenso, Eracle offrì a lei i pomi d’oro delle Esperidi, allorché Euristeo glieli rese.

Prima della guerra, Atena era onorata a Troia nella forma di una statua di legno caduta dal cielo e chiamata Palladio. Si riteneva che la città non potesse essere vinta fin tanto che avesse posseduto questo idolo. Ma dopo che Paride, sull’Ida, le aveva rifiutato il premio della bellezza, Atena divenne ostile ai Troiani, e fu la più strenua protettrice dei Greci a Troia. I suoi favoriti erano Diomede, Odisseo, Achille, Menelao. Quando però Aiace, figlio d’Oileo, violentò Cassandra che abbracciava la statua di Atena e la fece cadere, la statua della dea volse altrove gli occhi per non assistere al tremendo oltraggio. Atena tolse ai Greci la sua protezione, fatta eccezione per Odisseo che amava teneramente e che aiutò a ritornare in patria. La sua azione è costante, e lei interviene con metamorfosi, sotto la forma di diversi mortali, per portare aiuto all’eroe. Manda anche sogni, per esempio a Nausicaa, per suggerire di andare a lavare la biancheria un certo giorno in cui lei sa che Odisseo deve approdare nell’isola dei Feaci. Dota il suo protetto di una bellezza soprannaturale, per commuovere con più certezza la giovane in quell’incontro che deve procurare ad Odisseo una nave per tornare in patria. In altre occasioni, spinge Zeus in favore dell’eroe. Lei provoca l’ordine dato da Calipso di rilasciare Odisseo e di fornirgli i mezzi per riprendere il mare.

Era una delle maggiori divinità celesti del Pantheon greco, luminosa al pari di Apollo, benché da lui assai diversa. Le sue statue, i Palladii, la presentano armata di elmo, scudo e lancia, donde l’epiteto di Promachos e gli altri simili sotto i quali era venerata in molte località, come Stenia (la forte), Agelia (che dà la vittoria); è essa stessa la vittoria (Nike), è protettrice della città (Polias).
Accanto al valore guerriero, Atena personifica anche la saggezza e la prudenza; dea dell’intelligenza protegge le opere di pace, dell’agricoltura, delle industrie. Le si attribuiva l’invenzione di cose utili: i numeri, i carri, le macchine, la navigazione; erano sotto la sua protezione i tribunali; le erano sacri il serpente, la civetta, il gallo, l’olivo, il fico, l’acanto.

Nel culto ateniese si vedono espressi i due aspetti della Dea: quello antico naturistico, e quello più recente etico; per il primo aveva il tempio dell’Eretteo, per il secondo il Partenone con la statua di Atena Promachos. Feste solenni si celebravano per Atena in vari tempi: le Oscoforie alla vendemmia, le Procaristerie al principio della primavera, le Plinterie nel mese di targelione (maggio-giugno), le Panatenee nel mese di ecatombeone (luglio-agosto). Erano soprattutto giochi ginnici, gare poetiche e musicali, con la solenne processione (raffigurata nel fregio fidiaco del Partenone), nella quale si portava sull’acropoli il nuovo peplo preparato dalle donne ateniesi.

MINERVA PER ROMA

era un’antica divinità romano-italica che prima di essere identificata con la greca Atena ebbe individualità, culto e attributi propri. Il suo nome è italico e appare nella forma arcaica Menerva con la variante etrusca Menrva; la sua etimologia fu variamente discussa, ma si suole riportare alla radice manas (latino mens e memini). L’origine del culto di Minerva è alquanto oscura; esso non appartiene al fondo primitivo della religione romana, e il suo ingresso nel culto ufficiale dei Romani può essere avvenuto quando già era chiusa la serie dei cosiddetti dei indigetes. Alcuni ritengono Minerva introdotta a Roma al tempo dei Tarquini, insieme con altre divinità straniere (dei novensides); secondo Varrone il culto di Minerva sarebbe stato introdotto in Roma dalla Sabina. È certo che il nome della dea mancava nel rituale più antico. I culti più antichi di Minerva si riscontrano presso i Latini di Roma e di Falerii, presso i Sabini di Orvinio e presso gli Etruschi, presso i quali troviamo anche santuari dedicati a Tinia (Giove), Uni (Giunone) e Menrva (Minerva), imitazione della triade greca Zeus-Era-Atena. La scarsità di tracce del culto di Giunone come sposa di Giove, e la limitata importanza del culto pubblico di Minerva, indussero a credere che la triade capitolina, in cui Giunone e Minerva sono associate come dee poliadi a Giove Ottimo Massimo, fosse passata dall’Etruria a Roma. L’assimilazione fra l’Atena greca e la Minerva italica, fatta assai per tempo, contribuì probabilmente all’inserzione di Minerva nella triade degli dèi superi, e all’influsso dei miti greci si dovette l’importanza che Minerva venne assumendo in seguito nel culto e nella letteratura, e la diffusione che ebbe in Italia e nelle province.
A Minerva erano dedicati in Roma parecchi templi e sacrari; anzitutto la cella nel santuario del Capitolium vetus del Quirinale, e quella del tempio eretto sul Campidoglio nel 509 a.C. nel quale era venerata la triade. Nell’età repubblicana essa ebbe altri tre sacrari piuttosto modesri e di data incerta: uno sull’Aventino che fu sede dei poeti e degli attori a partire dal 207 a.C.; un altro ai piedi del monte Celio esistente dalla fine del secolo IV o dalla prima metà del III a.C., dedicato a Minerva Capta, il cui epiteto fa ritenere assai probabile la provenienza della statua oggetto di culto da Falerii conquistata dai Romani nell’anno 241 a.C.; il terzo poco ricordato sull’Esquilino, dedicato a Minerva Medica, il cui epiteto si spiega con la partecipazione della Corporazione dei medici alle feste delle Quinquatrus. Più tardi come Atena Nike Cneo Pompeo onorò Minerva con la fondazione di un tempio de manubiis nella zona dei Saepta. Augusto innalzò un tempio a Minerva Calcidica, il Chalcidicum presso la Curia Giulia. Domiziano gliene consacrò uno nel Campo di Marte, e istituì giochi in onore della dea.
Il culto di Minerva nella religione romana, prima di subire l’influsso di Atena Poliade, ebbe carattere soltanto pacifico e sociale; il campo d’azione di essa era assai limitato, era considerata come inventrice delle arti e dei mestieri, ben lungi dall’essere protettrice di ogni attività dell’ingegno umano. Nel II secolo a.C., come divinità patrona degli artigiani, era da essi celebrata in suo onore una festa il quinto giorno dopo le idi di marzo, detto perciò Quinquatrus, che acquistò maggiore importanza con la durata di cinque giorni in conseguenza dello sviluppo crescente dell’artigianato e delle altre professioni che andavano sotto questo nome. Era anche una festa dei maestri, e gli scolari offrivano loro il Minervale munus. Un altro giorno di festa si aggiunse col nome di Quinquatrus minusculae il 13 giugno, nel quale i tibicines, i flautisti addetti al culto pubblico, celebravano con un banchetto nel tempio di Giove Capitolino la festa della loro associazione, con una mascherata per le vie della città, e con una riunione nel tempio di Minerva sull’Aventino, il cui dies natalis era commemorato il 19 giugno.



kAtRiNe PeTrOvA

 

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