DEMETRA

Senza indugio ecco a voi : DEMETRA O CERERE

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figlia di Crono e di Rea, sorella di Zeus. Il nome molto probabilmente significa “Madre Terra”: infatti Demetra è la dea madre per eccellenza, la dea della terra produttrice, che presiede all’agricoltura, vigila il sereno lavoro degli uomini, lo aiuta e lo rende più facile con i suoi insegnamenti. Divinità caratteristicamente greca, si distingue dalle altre “dee madri”, come Rea e Cibele, perché mentre queste esprimono lo sfrenarsi selvaggio delle forze misteriose della natura prive di termini e di norme, essa rappresenta l’ordinata e regolare generazione della terra, sottoposta a certe leggi e al lavoro dell’uomo.
Ancor giovane e spensierata essa generò a Zeus, suo fratello, al di fuori di ogni vincolo coniugale, il lussurioso Iacco e la bella Core. Ebbe un altro figlio, Pluto, dal Titano Iasio, o Iasione, di cui si innamorò durante la festa per le nozze di Cadmo e Armonia, Riscaldati dal nettare che scorreva come fiume al banchetto, i due amanti sgusciarono fuori dal palazzo e si unirono “su un campo a maggese rivoltato tre volte”. Al loro ritorno Zeus indovinò quel ch’era accaduto dall’aspetto dei due e, furibondo contro Iasio perché aveva osato toccare Demetra, lo colpì con la sua folgore. Ma altri dicono che Iasio fu ucciso da suo fratello Dardano, oppure fatto a pezzi dai propri cavalli.
Demetra ha un animo gentile ed Erisittone, figlio del re Triopa, fu uno dei pochi uomini che essa trattò con durezza. Alla testa di venti compagni, Erisittone osò invadere il bosco sacro che i Pelasgi avevano dedicato alla dea a Dozio, e cominciò ad abbatere alberi sacri per costruirsi una nuova sala per i banchetti. Demetra assunse l’aspetto della Ninfa Nicippa, sacerdotessa del bosco, e gentilmente ordinò ad Erisittone di desistere. Ma quando costui la minacciò con la sua ascia, Demetra gli si rivelò in tutto il suo splendore e lo condannò a soffrire la fame in perpetuo, per quanto mangiasse. A Pandareo di Creta, invece, che rubò il cane d’oro di Zeus e la vendicò così per l’uccisione di Iasio, Demetra concesse di non soffrire mai di mal di stomaco, quale che fosse la quantità di cibo mangiato.
Demetra perdette tutta la naturale gaiezza quando le fu rapita la figlia Core, in seguito chiamata Persefone. Ade si innamorò di Core e si recò da Zeus per chiedergli il permesso di sposarla. Zeus temeva di offendere il fratello maggiore con un rifiuto, ma sapeva d’altronde che Demetra non l’avrebbe mai perdonato se Core fosse stata confinata nel Tartaro; rispose dunque diplomaticamente che non poteva né negare né concedere il suo consenso. Ade si sentì allora autorizzato a rapire la fanciulla mentre essa coglieva fiori in un prato. Demetra cercò Core per nove giorni e nove notti, senza mangiare né bere e invocando incessantemente il suo nome. Riuscì a sapere qualcosa soltanto da Ecate, che un mattino all’alba aveva udito Core gridare “Aiuto! Aiuto!” ma, accorrendo in suo soccorso non vide più traccia di lei.
Il decimo giorno Demetra, accompagnata dal piccolo Iacco, giunse sotto l’aspetto di una vecchia a Eleusi, dove re Celeo e sua moglie Metanira l’accolsero ospitalmente, invitandola a rimanere presso di loro come nutrice di Demofonte, il principino appena nato. La balia asciutta, la vecchia Baubo, la indusse con un trucco a bere acqua d’orzo profumata alla menta; poi cominciò a gemere come se avesse le doglie e inaspettatamente tirò fuori di sotto le sottane il figlio di Demetra, Iacco, che balzò tra le braccia della madre e la baciò. Per essersi fatto beffe di Demetra, sorpresa a bere con troppa avidità, Abante, il figlio maggiore di Celeo, fu trasformato in lucertola dalla dea infuriata. Pentita e un po’ vergognosa per l’accaduto, Demetra decise di fare un favore a Celeo rendendo immortale Demofonte. La notte stessa lo tenne alto sopra il fuoco per bruciare tutto ciò che in lui era mortale. Metanira entrò per caso nella stanza prima che la cerimonia fosse finita e ruppe l’incantesimo; così Demofonte morì. “La mia casa è la casa della sventura!” gridò Celeo, piangendo l’amara fine dei suoi due figli, e per questo in seguito fu chiamato Disaule. “Asciuga le tue lacrime, Disaule”, disse Demetra rivelando la sua divinità, “ti rimangono tre figli, tra i quali Trittolemo, cui io farò tali doni che scorderai la duplice perdita”.
Frattanto, l’esilio volontario di Demetra rendeva la terra sterile, e l’ordine del mondo ne era sconvolto. Zeus capì che se non avesse fatto nulla per placare la sorella, la razza umana si sarebbe estinta e gli dèi avrebbero smesso di ricevere sacrifici. Un’unica soluzione si presentava ormai a Zeus. Egli affidò dunque a Ermete un messaggio per Ade: “Se non restituisci Core, siamo tutti rovinati”; e un altro a Demetra: “Potrai riavere tua figlia, purché essa non abbia ancora assaggiato il cibo dei morti”. Poiché Core aveva rifiutato di mangiare sia pure una briciola di pane dal giorno del suo ratto, Ade fu costretto a restituirla a Demetra. Ma nel momento in cui Core si preparava a partire per Eleusi, uno dei giardinieri di Ade, chiamato Ascalafo, confessò che aveva visto la giovane cogliere una melagrana nell’orto e mangiarne sette chicchi. A Eleusi, Demetra abbracciò felice la figlia; ma, udita la storia della melagrana, ricadde in un profondo abbattimento e disse che non sarebbe più tornata sull’Olimpo. Zeus indusse allora Rea, che era madre sua nonché di Ade e di Demetra, a interporre i suoi buoni uffici, e si giunse così a un compromesso: Core avrebbe trascorso ogni anno tre mesi in compagnia di Ade, come regina del Tartaro e col titolo di Persefone, e gli altri nove mesi in compagnia di Demetra. Così, ogni primavera, Persefone fugge dal soggiorno sotterraneo e sale al Cielo dalla madre, per rifugiarsi di nuovo fra le ombre al momento della semina.
Demetra acconsentì finalmente a risalire sull’Olimpo. Prima di lasciare Eleusi, iniziò ai misteri Trittolemo, Eumolpo e Celeo, unitamente a Diocle, re di Fere, che l’aveva assiduamente aiutata nelle sue ricerche. Ma punì Ascalafo per aver riferito l’episodio della melagrana imprigionandolo in una fossa chiusa da un masso pesantissimo; Ascalafo fu in seguito liberato da Eracle, e Demetra allora lo trasformò in un barbagianni.
A Trittolemo la dea diede semi di grano, un aratro di legno e un cocchio trainato da serpenti e lo mandò per il mondo a insegnare agli uomini l’agricoltura. Ma prima lo istruì personalmente nella pianura Raria. E a Fitalo, che l’aveva trattata con cortesia sulle rive del Cefiso, donò un albero di fico, il primo che si vedesse nell’Attica e gli insegnò a coltivarlo.
Al nucleo centrale della leggenda di Demetra, il cui significato era rivelato solo agli iniziati dei Misteri di Eleusi, si aggiunsero in varie epoche miti secondari, come quello della violenza che subì da Poseidone. Durante la peregrinazione in cerca della figlia, Demetra, stanca e scoraggiata, non volendo unirsi con un dio o con un titano, si trasformò in giumenta e cominciò a pascolare tra gli armenti di un certo Onco, che regnava a Onceo in Arcadia. Essa non riuscì, tuttavia, a trarre in inganno Poseidone, che si trasformò a sua volta in stallone e la coprì, e da quella orrenda unione nacquero una figlia, di cui non era lecito pronunciare il nome, e il cavallo Arione. Tutti i miti, anche se contraddittori, sono comunque concordi nel non attribuire un marito a Demetra, che generò i suoi figli al di fuori di ogni vincolo coniugale.
Le feste in onore di Demetra erano inizialmente proprie delle campagne: le erano sacre le feste della semina e del raccolto, come nell’Attica le Proerosie, che avvenivano nella seconda metà di ottobre per la semina, le Procaristerie, primaverili, per invocare un buon raccolto, e le Aloe, per ringraziare la dea dopo il raccolto. Alla figura di Demetra legislatrice erano collegate le feste Tesmoforie celebrate solennemente dalle donne di Atene durante il mese di ottobre. Particolare importanza avevano le feste e i misteri eleusini in onore di Demetra nel suo aspetto di divinità legata alla terra.

CERERE PER ROMA 

antica divinità italica della vegetazione e della fecondità dei campi, poi assimilata a Demetra. Era una dea indigena, come dimostra il nome la cui etimologia fu discussa, ma è probabile come ritenevano gli antichi, che si debba collegare con creare. La sua festa, le Cerialia celebrate il 19 aprile, era registrata nel calendario decemvirale. Nel testo delle dodici tavole si stabiliva che si impiccassero a Cerere i ladri di messi. Era collegata nel culto con Tellure, divinità pure indigena, personificazione divina del campo coltivato. Le feste di Tellure (o Fordicidia) e di Cerere erano celebrate rispettivamente il 14 e il 19 aprile, con soli quattro giorni d’intervallo. Inoltre nelle Feriae sementivae che ricorrevano in gennaio si offrivano a Cerere spighe di spelta, a Tellure una scrofa gravida. Il flamine sacrificava insieme a Tellure e a Cerere, invocando una sequela di dodici dèi.
In seguito fu assimilata alla dea greca Demetra; ma se il suo culto ne fu rafforzato, venne anche trasformato a tal segno che essa finì con essere onorata con rito straniero, perdendosi la memoria che era invece una divinità latina. Così nel culto degli Arvali, che probabilmente era prestato alla Cerere indigena, trasformata in pieno Cerere in Demetra, finì col prevalere sul suo nome l’epiteto di Dea Dia.
Cerere dal secolo V a. C. ebbe il suo tempio presso il Circo Massimo. Secondo la tradizione, mentre infieriva una carestia, i libri sibillini interrogati ordinarono di placare Demetra, Dioniso e Cora; il dittatore Aulo Postumio iniziò (496 a. C.) la costruzione di un tempio alle divinità indicate; il tempio fu compiuto tre anni dopo da Spurio Cassio. Può darsi che la costruzione del tempio sia dovuta alla plebe stessa quando si diede il suo nuovo ordinamento rivoluzionario. Tuttavia non fu conservato il nome di quelle divinità greche, ma furono equiparate a tre divinità indigene, Cerere, Libero e Libera, che crebbero di importanza nel culto appropriandosi la venerazione di cui quelle già godevano. Questo tempio molto celebre era adorno di statue arcaiche di terracotta e di pitture dovute ad artisti come Damofilo, Gorgaso e Aristide. Data la sua antichità, il tempio era costruito secondo lo stile italico con la trabazione in legno e col rivestimento di lastre fittili. Come quasi tutti questi templi, fu distrutto da un incendio nel 31 a. C., fu ricostruito da Augusto in marmo e inaugurato da Tiberio il 17 dopo Cristo. Nel tempio di Cerere era collocato il tesoro e l’archivio dei plebei. La legge sacrale imponeva che presso questo tempio si vendessero i beni di chi avesse offeso i magistrati plebei.



Mi sono accorta ora che avevo detto Atena e Afrodite  però non preoccupatevi andando contro le regole solo per oggi e solo per voi preparerò pure Afrodite intantdo spero vi siate goduti tutta la grandezza di Demetra! 🙂

Adoro moltissimo la comarazione tra i dei romani e quelli greci anche se come sapete preferisco molto più spesso l’interpretazione greca!!

Kiss

Katrine.p

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