MITO DI DAFNE

Buonasera gente !

Eccoci dinuovo con un mito fresco fresco o meglio spolverato spolverato e ancora rispolverato ma tutto per voi…

IL MITO DI DAFNE

Dafne, Mito di Dafne

Dafne, figlia e sacerdotessa di Gea, la Madre Terra e del fiume Peneo (o secondo altri del fiume Lacone), era una giovane ninfa che viveva serena passando il suo tempo a deliziarsi della quiete dei boschi e del piacere della caccia la cui vita fu stravolta a causa del capriccio di due divinità: Apollo ed Eros. Racconta infatti la leggenda che un giorno Apollo, fiero di avere ucciso a colpi di freccia il gigantesco serpente Pitone alla tenera età di quattro giorni, incontra Eros che era intendo a forgiare un nuovo arco e si burlò di lui, del fatto che non avesse mai compiuto delle azioni degne di gloria.

Il dio dell’amore, profondamente ferito dalle parole di Apollo, volò in cima al monte Parnaso e lì preparò la sua vendetta: prese due frecce, una spuntata e di piombo, destinata a respingere l’amore, che lanciò nel cuore di Dafne e un’altra ben acuminata e dorata, destinata a far nascere la passione, che scagliò con violenza nel cuore di Apollo.

Da quel giorno Apollo iniziò a vagare disperatamente per i boschi alla ricerca della ninfa, perchè era talmente grande la passione che ardeva nel suo cuore che ogni minuto lontano da lei era una tremenda sofferenza. Alla fine riuscì a trovarla ma Dafne appena lo vide, scappò impaurita e a nulla valsero le suppliche del dio che gridava il suo amore e le sue origini divine per cercare di impressionare la giovane fanciulla.

Apollo e Dafne - Francesco Albani,  Museo del Louvre, Parigi (Francia)
Apollo e Dafne
Francesco Albani,(1615), museo del Louvre, Parigi (Francia)

Dafne, terrorizzata, scappava tra i boschi. Accortasi però che la sua corsa era vana, in quanto Apollo la incalzava sempre più da vicino, invocò la Madre Terra di aiutarla e questa, impietosita dalle richieste della figlia, inziò a rallentare la sua corsa fino a fermarla e contemporaneamente a trasformare il suo corpo: i suoi capelli si mutarono in rami ricchi di foglie; le sue braccia si sollevarono verso il cielo diventando flessibili rami; il suo corpo sinuoso si ricoprì di tenera corteccia; i suoi delicati piedi si tramutarono in robuste radici e il suo delicato volto svaniva tra le fronde dell’albero.

Alloro nel mito di Dafne

Dafne si era trasformata in un leggiadro e forte albero che prese il nome di LAURO(1) .

Racconta G.B. Marino nel poemetto dedicato alla ninfa:
«Non disse più, però ch’alfin s’accorse
esser cangiata in trionfal alloro
colei, che ‘n volto umano tanto gli piacque,
e vide mezzo ancor tra bionda e verde
l’oro del crespo crin moversi a l’aura,
e sentì nel toccar l’amto legno
sotto la viva e tenerella buccia
tremar le vene e palpitar le fibre.
Colà fermossi e con sospiri e pianti
Tra le braccia le strinse, e mille e mille
vani le porse, e ‘ntempestivi baci.
Indi de’ sacri ed onorati fregi
del novello arboscel cinta la fronte,
coronatane ancor l’aurea cetra,
de l’avorio fecondo in atto mesto
sospeso il peso a l’omero chimato
e col dolce arco della destra mosso
tutte scorrendo le loquaci fila,
cantò l’historia dolorosa e trista
de’ suoi lugubri e sventurati amori»

La trasformazione era avvenuta sotto gli occhi di Apollo che disperato, abbracciava il tronco nella speranza di riuscire a ritrovare la dolce Dafne.

Scrive Ovidio nelle Metamorfosi (I, 555-559): «Apollo l’ama, e abbraccia la pianta come se fosse il corpo della ninfa; ne bacia i rami, ma l’albero sembra ribellarsi a quei baci. Allora il dio deluso così le dice:”Poichè tu non puoi essere mia sposa, sarai almeno l’albero mio: di te sempre, o lauro, saranno ornati i miei capelli, la mia cetra, la mia faretra».

Il dio quindi proclamò a gran voce che la pianta dell’alloro sarebbe stata sacra al suo culto e segno di gloria da porsi sul capo dei vincitori. Così ancor oggi, in ricordo di Dafne, si è solito cingere il capo di coloro che compiono imprese memorabili, con una corona di alloro.

Alloro e Dante Alighieri in una incisione di Gustave Doré
Dante Alighieri in una incisione di G. Doré

Narra Ovidio:
«Quando i restanti canti orneranno i solenni trionfi
e lunghe pompe vedrà il Campidoglio,
sarai sul capo dei condottieri romani:
sarai fedele custode davanti alle porte imperiali
e la quercia mirerà ch’è nel mezzo».



Ora piccola anticipazione per voi sul mio prossimo articolo ovvero una recensione!ed ebbene si! mi cimenterò anche in questo ! kiss kiss…

K.P

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