The fight has begun

Tutto inizia sempre con una piccola battaglia e una piccola vittoria o sconfitta.

Ti sembra difficile il primo giorno , la prima volta  sei spaventato , sconcertato , incuriosito , timoroso e come una favola che si rispetti si hanno le prime peripezie ma ancora è niente.

Finito il primo capitolo inizi a pensare di aver capito i meccanismi e ti sei fatto un’idea della storia e ti dici ” Cavolo si è stata dura ma c’è l’ho fatta peggio non potrà andare”

Superato il secondo capitolo provi quasi soglievo a pensare che è andata anche meglio di quanto immaginavi e nonostante tutto sei disposto a stare alle regole e continuare a giocare.

Il terzo capitolo diventa pesante tutto prende una svolta che non ti saresti aspettato i volti cambiando e anche le idee , le percezioni si fanno più intense e incominci a chiederti che cosa sia cambiato ma tu sai cos’è.

Il quarto capitolo credevi che non l’avresti  raggiunto eppure nonostante le maschere, gli insulti , gli sputi infaccia, le coltellate , i pianti, il sangue … Hai raggiunto anche stavolta l’obbiettivo e all’estremo delle forze accenni un sorriso .Arrivato a questo punto non ci devono essere incertezze e insicurezze. Ormai sai veramente quali sono le regole del grande gioco e non puoi sottrartene e non puoi commettere fallo o ci stai o vieni risucchiato nell’ombra. Ed è ora che inizia a capire che è questa la realtà ed ora che inizii a giocare seriamente , che sai quali sono le tue carte e sta solo a te sapere come sfruttarle al meglio. Devi costringerti ad alazare la testa e come un gladiatore in doppio petto affrontarli tutti e stenderli uno ad uno . Perchè Morte tua Vita mia questa è l’unica vera regola non detta.

A questo punto il quinto capitolo sta a te scriverlo , sta a te muovere i fili e alla fine la colpa non sarà più riversata sugli altri ma ci sarà un solo responsabile. Piangi, ridi , soffoca, urla , arrabbiati prima di avere bisogno di farlo. Sii fuoco e tempesta per i tuoi nemici e anche per gli amici . Cammina a testa alta e sappi che ci sarà sempre qualcosa che andrà peggio e se questo sembra un capitolo doloroso e perchè ancora non hai nemmeno visto la copertina degli altri .

Uno solo può essere l’urlo di guerra : ” BUONA FORTUNA E CERCA DI RIMANERE IN VITA!”

The fight has begun


Always and forever,

Katrine Petrova.

 

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MITO DI SCILLA E CARIDDI

Scilla e Cariddi: il mito
Scilla
Giovanni Angelo Montorsoli,
(1507 -1563) Museo Nazionale, Messina (Sicilia)
Scilla e Cariddi il mito
Cariddi
Giovanni Angelo Montorsoli
(1507 -1563), Museo Nazionale, Messina (Sicilia)

Nelle storie che ci sono state tramandate si narra che presso l’attuale città di Reggio Calabria, vivesse un tempo la bellissima ninfa Scilla, figlia di Tifone ed Echidna (o secondo altri di Forco e di Crateis).

Scilla e Cariddi: Scilla in una pittura murale del III sec. a.C.
Scilla, Pittura murale, III sec. a.C.

Scilla, cui la natura aveva fatto dono di una incredibile grazia, era solita recarsi presso gli scogli di Zancle, per passeggiare a piedi nudi sulla spiaggia e fare il bagno nelle acque limpide del mar Tirreno. Una sera, mentre era sdraiata sulla sabbia, sentì un rumore provenire dal mare e notò un’onda dirigersi verso di lei. Impietrita dalla paura, vide apparire dai flutti un essere metà uomo e metà pesce dal corpo azzurro con il volto incorniciato da una folta barba verde e i capelli, lunghi sino alle spalle, pieni di frammenti di alghe. Era un dio marino che un tempo era stato un pescatore di nome Glauco che un prodigio aveva trasformato in un essere di natura divina.

Scilla, terrorizzata alla sua vista perchè non capiva di che tipo di creatura si trattasse, si rifugiò sulla vetta di un monte che sorgeva nelle vicinanze. Il dio marino, vista la reazione della ninfa, iniziò a urlarle il suo amore e a raccontarle la sua drammatica storia. Era infatti un tempo Glauco un pescatore della Beozia e precisamente di Antedone, un uomo come tutti gli altri, che trascorreva le sue lunghe giornate a pescare. Un giorno, dopo una pesca più fortunata del solito, aveva disteso le reti ad asciugare su un prato adiacente alla spiaggia, e aveva allineato i pesci sull’erba per contarli quando, appena furono a contatto con l’erba, iniziarono a muoversi, presero vigore, si allinearono in branco come fossero in acqua e saltellando, fecero ritorno al mare.

Glauco, esterrefatto da tale prodigio, non sapeva se pensare a un miracolo o a uno strano capriccio di un dio. Scartando però l’ipotesi che un dio potesse perdere tempo con un umile pescatore come lui, pensò che il fenomeno dipendesse dall’erba e provò a ingoiarne qualche filo. Come l’ebbe mangiata, sentì un nuovo essere nascere dentro di lui che combatteva la sua natura umana fino trasformarlo in un essere attratto irresistibilmente dall’acqua.

Scilla e Cariddi: Glauco e Scilla
Glauco e Scilla (1580/1582)
Bartholomäus Spranger, Kunst historisches Museum, Vienna (Austria)

Gli dei del mare lo accolsero benevolmente tanto che pregarono Oceano e Teti di liberarlo dalle ultime sembianze di natura umana e terrena e di renderlo un essere divino. Accolta la loro preghiera, Glauco fu trasformato in un dio e dalla vita in giù fu mutato in un pesce.

Ecco come Ovidio (Metamorfosi, XIII, 924 e sgg) narra l’episodio:
«Era un bel prato lì presso la spiaggia, cui parte copriva
L’onda del mare, cingevano parte le tenere erbette,
Che le giovenche cornute non morsero lè quiete
Pecore mai non brucarono nè mai l’irsute caprette.
…Per primo
Sopra quel cespo sedetti seccando le madide nasse;
E, per contarli, sul prato disposi con ordine i pesci
(…)
Tutti quei pesci cominciarono a muoversi al tocco dell’erba,
Guizzano e saltano in terra così come fossero in mare.
Mentre mi indugio e stupisco, lo stuolo di tutti quei pesci
Gittasi dentro nell’onde native e me lascia e la spiaggia.
(…)
Mi meraviglio, rimango perplesso, ne cerco la causa,
se qualche nume abbia fatto il miracolo o il succo dell’erba.
Ma qual’è l’erba così portentosa? Ne velsi un pugnetto
Con una mano e la morsi coi denti. Ma come la gola
Ebbe inghiottito l’incognito succo, sentii trepidarmi
Tosto i precordi e nel petto l’amore di un altro elemento.
Poco potei rimanere sul lido e sclamai: – Vale, terra,
Dove non ritornerò! – e m’immersi col corpo nell’onde.
Gli dei marini degnarsi d’accogliermi come compagno;
Pregar l’Oceano e Teti di tormi la parte mortale.
(…)
Quando rinvenni trovai che del tutto non ero più quello
c’ero già stato pel corpo e che l’animo aveno diverso.
Di verde cupo mi vidi la barba allor tinta la prima
Volta ed i lunghi capelli che strascico sul vasto mare;
Vidi le braccia cerulee e gli omeri fatti stragrandi
E, come cosa di pesce, ricurve le gambe all’estremo».

Scilla, dopo aver ascoltato il racconto di Glauco, noncurante del suo dolore, andò via lasciandolo solo e disperato. Allora Glauco pensò di recarsi all’isola di Eea dove sorgeva il palazzo della maga Circe sperando che potesse fare un sortilegio per far innamorare Scilla di lui. Circe, dopo che Glauco ebbe raccontato il suo amore lo ammonì duramente, ricordandogli che era un dio e pertanto non aveva bisogno di implorare una donna mortale per farsi amare e per dimostrargli quanto lui si sbagliasse a considerarsi sfortunato, gli propose di unirsi a lei. Ma Glauco si rifiutò di tradire il suo amore per Scilla e lo fece in modo così appassionato che Circe, furiosa per essere stata rifiutata a causa di una mortale, decise di vendicarsi.

Scilla e Cariddi: Cariddi in una scultura antica
Cariddi, scultura antica

Non appena Glauco se ne fu andato, preparò un filtro e si recò presso la spiaggia di Zancle, dove Scilla era solita recarsi. Versò il filtro nel mare e ritornò quindi alla sua dimora. Quando Scilla arrivò, accaldata dalla grande afa della giornata, decise di immergersi nelle acque limpide. Ma, dopo essersi bagnata, vide intorno a se mostruose teste di cane, rabbiose e ringhianti. Spaventata cercò di scacciarle ma, una volta fuori dall’acqua, si accorse che quei musi erano attaccati alle sue gambe tramite un lungo collo serpentino. Si rese allora conto che sino alle anche era ancora una ninfa ma dalle anche in giù spuntavano sei teste feroci di cane, ognuna con tre file di denti aguzzi.

Fu tale l’orrore che Scilla ebbe di se stessa che si gettò in mare e prese dimora nella cavità di uno scoglio vicino alla grotta dove abitava Cariddi. Era questa figlia di Forco (o di Poseidone) e di Gea e per avere rubato a Eracle i buoi di Gerione, Zeus la fulminò e la tramutò in un terribile mostro marino (alcuni autori narrano invece che fu uccisa da Eracle stesso, ma fu poi resuscitata da suo padre Forco) destinandola a ingoiare e a rigettare tre volte al giorno l’acqua del mare.

Pianse Glauco la sorte toccata a Scilla e per sempre rimase innamorato dell’immagine di grazia e dolcezza che la ninfa un tempo rappresentava.

Scilla e Cariddi: stretto di Messina

Scilla e Cariddi, entrambe spaventosi mostri marini, erano quindi l’una vicino all’altra a formare quello che le genti moderne chiamano “Lo Stretto di Messina” e mentre Cariddi ingoia e rigetta tre volte al giorno l’acqua del mare creando dei giganteschi vortici, Scilla attenta alla vita dei naviganti con le sue sei teste cercando di ghermire altrettanti marinai.

Ecco la descrizione che Omero fa di Scilla (Odissea, XII, 112 e sgg):

«Scilla ivi alberga, che moleste grida
Di mandar non ristà. La costei voce
Altro non par che un guaiolar perenne
Di lattante cagnuol: ma Scilla è atroce
Mostro, e sino a un dio, che a lei si fesse,
Non mirerebbe in lei senza ribrezzo,
Dodici ha piedi, anteriori tutti,
Sei lunghissimi colli e su ciascuno
Spaventosa una testa, e nelle bocche
Di spessi denti un triplicato giro,
E la morte più amara di ogni dente.
Con la metà di se nell’incavo
Speco profondo ella s’attuffa , e fuori
Sporge le teste, riguardando, intorno,
Se delfini pescar, lupi, o alcun puote
Di Que’ mostri maggior che a mille a mille
Chiude Anfitrite nei suoi gorghi e nutre.
Né mai nocchieri oltrepassaro illesi:
Poichè, quante apre disoneste bocche,
Tanti dal cavo legno uomini invola».

Secondo Virgilio Scilla fu trasformata in un essere che dal petto in su aveva sembianze di donna mentre dal petto in giù aveva sembianze di lupo e di pesce. Narra infatti Virgilio dell’Eneide (III, 681-689):

«Scilla dentro a le sue buie caverne
Stassene insidiando; e con le bocche
De’ suoi mostri voraci, che distese
Tien mai sempre ed aperte, i naviganti
Entro al suo speco a se tragge e trangugna.
Dal mezzo in su la faccia, il collo e ‘l petto
Ha di donna e di vergine; il restante
D’una pistrice, immane, che simili
A’ delfini ha le code, ai lupi il ventre».

Dipinto di Scilla e Cariddi di Fussli
Scilla e Cariddi
Johann Heinrich Füssli, , olio su tela, Kunsthaus Zurich, Zurigo (Svizzera)


A questo giro ho voluto intraprendere strade un pò meno conosciute per dare spazio oltre alla bellezza del passato anche il fascino delle cose nuove

Vostra,
Katrine Petrova

MITO DI IO

Ceri miti mai come oggi sembrano più attuali che un tempo.

Un giorno Io, sacerdotessa di Era, figlia di Inaco re di Argo e della ninfa Melia, mentre rientrava alla casa paterna, fu fermata da Zeus che le dichiarò il suo amore e le propose di vivere in una casa nel bosco dove nessuno l’avrebbe molestata dal momento che sarebbe stata sotto la sua protezione e dove lui sarebbe potuto andare a trovarla ogni qual volta lo desiderasse. Io, spaventata da quelle parole, iniziò a fuggire ma Zeus, non volendo rinunciare a lei, la inseguì sotto forma di nube.

Io - Mito di Io
Io che viene avvolta da Zeus sotto forma di nube
Correggio (1489 -1534) ), Museo del Louvre, Parigi (Francia)

Narra Ovidio (Metamorfosi I, 588 e sgg):

«Giove la vide tornar dal fiume paterno e le disse:
“Vergine, degna di me, che farai non so chi di tue nozze
Lieto, va all’ombra di quegli alti boschi – e indicavale l’ombra -,
Mentre che altissimo il sole risplende nel mezzo del cielo.
Che se mai tremi d’entrare da sola nei covi ferini,
Va pur secura nel fondo del bosco, che un nume d’assiste,
Nè sono un nume plebeo, ma reggo la scettro del cielo
Con la gran mano ed i fulmini vibro che strisciano errando,
No, non fuggire” ma quella fuggiva ed aveva passato
Ormai i paschi di Lerna ed i campi lircei popolati
D’alberi, quando il Tonante, ravvolta la terra di vasta
Nebbia, nasconde la ninfa, la ferma e le toglie il pudore».

Per sfortuna di Io in quel momento Era, moglie di Zeus, accortasi dall’Olimpo della strana nube che correva veloce e conoscendo il suo sposo, dopo averlo cercato invano nell’Olimpo, capì subito che il prodigio della nube altro non era che Zeus e immediatamente intuì il tradimento.

Zeus, avendo avvertito la presenza di Era e sapendo che nulla di buono sarebbe accaduto se l’avesse trovato in quella situazione, trasformò la dolce Io in una candida giovenca. Il sotterfugio però non ingannò Era che una volta giunta al cospetto del suo sposo, gli chiese di donargli l’animale. Zeus era combattuto: negarle il dono significava ammettere il suo tradimento ma concedergliela significava condannare Io a un triste destino. Alla fine Zeus preferì evitare l’ira della sua sposa e le consegnò la giovenca.

Mito di Io: Era scopre Zeus con Io - Pieter Lastman, National Gallery, Londra (Inghilterra)
Era scopre Zeus con Io
Pieter Lastman, (1618), National Gallery, Londra (Inghilterra)

 

Non ancora tranquilla Era preferì affidare la custodia della giovenca ad Argo, gigante dai cento occhi, chiamato dai greci Panoptes (= che vede tutto), figlio di Arestone (o di Gea o di Inaco secondo altri) e di Micene.

Da quel momento iniziò per Io una vita terribile: sotto forma di giovenca e in ogni momento controllata da Argo, sia di giorno che di notte, in quanto i suoi cento occhi che non erano posti tutti sul capo ma in ogni parte del suo corpo, si riposavano a turno: mentre cinquanta erano chiusi, gli altri cinquanta vegliavano.

Mito di Io - Ermes, Argo e Io in una decorazione in un vaso antico
Ermes, Argo e Io
Decorazione vaso antico raffigurante, Kunsthistorisches Museum, Vienna (Austria)

Narra Stazio (Tebaide, VI, 405-410):
«Inaco segue: ei sul sinistro lato
Stassi appoggiato a la palustre sponda,
E versa l’urna, e ne diffonde un fiume,
E guarda mesto l’infelice figlia
Mutata in vacca, e ‘l vigile custode
Che dorme e veglia con cent’occhi in fronte».

Mito di Io - Ermes, copia marmorea romana di un originale greco, Musei Vaticani, Roma (Italia)
Ermes
copia marmorea romana di un originale greco,
Musei Vaticani, Roma (Italia)
Mito di Io - Ermes, copia marmorea romana di un originale greco, Musei Vaticani, Roma (Italia)
Ermes libera Io da Argo
pittura murale nella casa di Livia, Roma (Italia)

Il tempo scorreva triste per la povera Io, costretta di giorno a pascolare e ad abbeverarsi presso fiumi fangosi e di notte a essere legata con un collare per non scappare via.

Intanto Zeus che si sentiva colpevole per aver condannato Io a un così crudele destino, chiamò Ermes, incaricandolo di liberare la fanciulla dalla schiavitù a cui Era l’aveva condannata.

Il giovane dio, presa la bacchetta d’oro che gli antichi chiamavano caduceo e il suo leggendario copricapo, dall’Olimpo volò sulla terra e si presentò ad Argo sotto le sembianze di un giovane pastore di capre. Ermes iniziò a suonare uno strumento formato con le canne e la melodia era tanto armoniosa che lo stesso Argo pregò il pastore di pascolare le sue capre presso di lui dicendogli che quello era il miglior pascolo che si potesse trovare in quelle zone. Ermes, a quel punto si sedette al suo fianco e iniziò a suonare delle dolci melodie che inducevano al sonno chiunque le ascoltasse.

Ma Argo, che riposava con metà dei suoi occhi, non si addormentava; anzi, chiese a Ermes come e da chi fosse stato inventato un tale strumento che procurava suoni così soavi ed Ermes, iniziò così a raccontare…

«Viveva un tempo sui monti dell’Arcadia, una ninfa di nome Siringa (dal greco Syrinx=canna), seguace del culto di Artemide che viveva nei boschi cacciando. Tanta era la sua leggiadria che molti dei cercavano di possederla e tra questi anche il dio Pan, che iniziò a inseguirla. Siringa mentre tentava la fuga per sfuggire al dio, pregò suo padre, il dio fluviale Ladone, di sottrarla a quella caccia. Fu così che fu trasformata in un fascio di canne sotto gli occhi di Pan. Al dio altro non rimase che prendere una canna, tagliarla in tanti pezzetti e legarli assieme con un legaccio ricavando in questo modo uno strumento che emetteva una melodia dolcissima e che da quel momento prese il nome di Siringa (noto anche come “flauto di Pan”)»( vedi mito di Pan )

Terminato il racconto Ermes si accorse che finalmente tutti i cento occhi di Argo si erano chiusi, addormentati e quel punto lesto lo uccise gettandolo da una rupe e liberando così la giovane Io.

Era, accortasi della morte di Argo e vedendo che non poteva più fare nulla per lui, prese i suoi cento occhi e li fissò alla coda di un pavone, animale a lei sacro.

Mito di Io - Pavone
Nota 1

Ma le peripezie di Io non erano ancora finite infatti Era, non potendo sopportare che la usa rivale decise di mandarle un tafano a tormentarla con le sue punture al punto da indurla a gettarsi in mare per riuscire a sfuggirgli. Io dopo aver attraversato a nuoto il mare che da lei si chiamò Ionio, vagò per lunghissimo tratto, in Europa e in Asia e alla fine approdò in Egitto.

Si narra che in Egitto Io, riprese le sembianze umane e generà Epafo, figlio di Zeus. Era tentò ancora di rovinarle la vita facendole rapire il figlio dai demoni Cureti, ma dopo molte peripezie, Io riuscì a ritrovarlo e a vivere serena il resto dei suoi giorni in Egitto, accanto a suo figlio.

Narra Ovidio nelle Metamorfosi I:

«Ultimo asilo all’immenso travaglio. Qui, com’ella giunse,
Sopra le rive del fiume curvando i ginocchi si sdraia,
alta, col collo all’indietro, levando la faccia, che sola
Può sollevare; e piangendo e genendo con mugghi luttuosi
Parve dolersi di Giove, chiedendo la fine dei mali.
Giove abbracciò la consorte, perchè desse fine alle pene
e “Non temere” le disse “che non ti darà più dolori”.
Giurò per l’onda di Stige. Giunone placata consente;
Io riprende l’aspetto di prima tornando qual era.
Cadonle i peli dal capo, le corna di scemano, gli occhi
Impiccioliscono, il muso s’accorcia, le spalle e le mani
Tornano, e l’unghie si perdon sciogliendosi in cinque ciascuna:
della giovenca non resta più nulla se non il candore.
Lieta a’ due piedi la ninfa si rizza, ma teme parlando
Di non muggire e ritenta smarrita la lingua dismessa
Ora una turba vestita di lino la venera dea.
Ella si dice che poi partorisse del seme di Giove
Epafo per le città venerato nei templi materni».

Epafo successivamente divenne re d’Egitto e sposò Menfi una ninfa del Nilo, in onore della quale fondò l’omonima città e dalla quale ebbe una figlia, Libia, dalla quale prese il nome la regione omonima dell’Africa settentrionale.

Nella mitologia egizia fu identificata con Iside dea della maternità e della fertilità.



Kat.

MITO DELLA NASCITA DEL MONDO

Oggi voglio iniziare dal principio!

Il regno di Zeus
Nascita del mondo
Testa di Zeus detta di Otricoli
copia di originale greco (IV secolo a.C.), Musei Vaticani, Roma (Italia)

Zeus, dopo la sconfitta del padre Crono e avere precipitato gli alleati del padre, i Titani, nel Tartaro, regnava sereno sulla stirpe divina e sugli uomini.

Scriveva Omero (Iliade, VIII, 3 e sgg.):
«Su l’alto Olimpo il folgorante Giove
Tenea consiglio. Ei parla e riverenti
stansi gli Eterni ad ascoltar: M’udite
Tutti ed abbiate il mio voler palese;
E nessuno di voi, nè Dio nè Diva,
Di frangere s’ardisca il mio decreto;
Ma tutti insieme il secondate…
…degli Dei son io
Il più possente…».

In realtà però, una nuova minaccia si affacciava all’orizzonte che avrebbe portato Zeus a intraprende un’ennesima lotta contro un temibile nemico: Tifone.

 Zeus contro Tifone

Gea che non sopportava l’idea che i suoi figli, i Titani, fossero stati imprigionati nel Tartaro da Zeus, si recò in Cilicia, da suo figlio Tifone (o Tifeo) padre di tutti i venti funesti e dei mostri più terribili(1) che aveva generato dopo essersi unita al Tartaro, al quale chiese aiuto per muovere guerra contro Zeus.

Tifone, la cui statura non aveva eguali sulla terra in quanto non c’era monte che lo eguagliava in altezza e con le sue cento teste che sputavano fuoco e reso ancora più orribile dall’ira che lo animava, salì sull’Olimpo per battersi contro gli dei. La sorpresa e lo spavento fu tale che gli stessi dei, dopo essersi trasformati in animali (Apollo in corvo, Artemide in gatta, Afrodite in pesce, Ermes in cigno, ecc.), scapparono nel lontano Egitto lasciando da solo Zeus ad affrontarlo.

Il combattimento fu lungo. Zeus dapprima iniziò a scagliare le sue folgori, poi, mano mano che Tifone si avvicinava, lo colpì ripetutamente con la falce. Il mostro sembrava vinto ma quando Zeus si avvicinò per scagliare il colpo mortale, fu afferrato dalle gambe di Tifone e immobilizzato. Tifone fu rapido a strappargli la falce con la quale gli recise i tendini delle mani e dei piedi.

Zeus era vinto.

Tifone decise quindi di nascondere Zeus in Cilicia, rinchiudendolo in una grotta chiamata Korykos (il “Korykos antron”, che vuol dire “sacco di pelle”) mentre i suoi tendini, deposti in una sacca di pelle d’orso, li affidò alla custodia della dragonessa Delfine, metà fanciulla e metà serpente.

Il suo destino sarebbe stato segnato se Ermes, figlio di Zeus, ripresosi dallo spavento decise di reagire. Rubò la a Delfine e trovata la grotta dove era stato imprigionato il padre, lo liberò e lo curò rendendolo nuovamente forte e potente.

Zeus, iniziò allora una nuova aspra e dura lotta contro Tifone, che riuscì a sconfiggere scagliandogli addosso l’isola di Sicilia (secondo altri l’isola di Ischia) e a imprigionarlo sotto il monte Etna, dove ancora giace. Narra la leggenda che le eruzioni del vulcano altro non sarebbero che le fiamme scagliate da Tifone per la rabbia di essere stato vinto.

Narra Ovidio nella Metamorfosi (V. 346-358): «(…) la vasta isola della Trinacria si accumula su membra gigantesche, e preme, schiacciando con la sua mole Tifeo, che osò sperare una dimora celeste. Spesse, invero, egli si sforza e lotta per rialzarsi, ma la sua mano destra è tenuta ferma dall’Ausonio Peloro, la sinistra da te, o Pachino; i piedi sono schiacciati dal (Capo) Lilibeo, l’Etna gli grava sul capo. Giacendo qui sotto, il feroce Tifeo getta rena dalla bocca e vomita fiamme. Spesso si affatica per scuotersi di dosso il peso della terra, e per rovesciare con il suo corpo le città e le grandi montagne. Perciò trema la terra, e lo stesso re del mondo del silenzio teme che il suolo si apra e si squarci con larghe voragini».

Dopo questa ennesima lotta sostenuta da Zeus, seguì un nuovo periodo di tranquillità. Gli dei fecero ritorno all’Olimpo dove Zeus aveva stabilito la loro dimora.

Ma una nuova minaccia si profilava all’orizzonte perchè Gea continuava a tramare contro Zeus.

 Zeus contro i Giganti

Gea, si era recata infatti a Pallade, dove avevano dimora i Giganti, suoi figli generati con Urano. A essi chiese aiuto per muovere guerra contro Zeus. I Giganti, accosentendo alla richiesta della madre, forti anche della profezia secondo la quale nessun immortale sarebbe stato in grado di batterli, guidati da Porfirione, il più forte tra loro e da Alcioneo, si recarono nell’Olimpo e iniziarono quella che gli storici chiamarono GIGANTOMACHIA.

La profezia della loro invincibilità nei confronti degli immortali era nota anche a Zeus, pertanto lo stesso decise di far partecipare alla lotta, oltre a tutti gli dei, anche il mortale Eracle (noto anche come Ercole), suo figlio, generato assieme ad Alcmena .

Gigantomachia rappresentata in un vaso attico
Scena della Gigantomachia
vaso attico a figure rosse,
Istituto Archeologico germanico, Roma (Italia)
Gigantomachia in un vaso attico presso Istituto Archeologico germanico di Roma
Scena della Gigantomachia
vaso attico a figure rosse,
Istituto Archeologico germanico, Roma (Italia)

Racconta Apollodoro (Biblioteca, I, 6): «Questi (Eracle) scagliò un dardo contro Alcioneo, ma il gigante non potendo morire nella terra dove era nato, fu da Atena tratto fuori di Pallade, e solo così potè essere ucciso. Porfirione mosse contro Eracle ed Era, ma Zeus lo fulminò ed Eracle lo uccise colpendolo con una saetta. Apollo colpì Efialte con una freccia all’occhio sinistro; Dionisio uccise col tirso Eurito; Ecate colpì con le fiaccole Clitio, mentre Efesto rovesciò su di lui masse metalliche incandescenti; Atena fece precipitare la Sicilia su Encelado che fuggiva; Poseidone scagliò su Polibote, che era riuscito a sfuggire a Coo, la parte dell’isola detta Nisiro, dopo averla spezzata con il tridente; Ermete, con l’elmo di Ade, uccise Ippolito; Artemide trafisse Grazione; le Moire uccisero Agrio e Toone; Zeus fulminò gli altri, ed Eracle colpì tutti con le frecce».

Nascita del mondo: rappresentazione di Gustave Doré sui Giganti
I Giganti, illustrazione di Gustave Doré (1832 -1883)

Alla fine i terribili Giganti furono vinti e gli antichi per spiegare la causa dei terremoti, immaginavano i Giganti sprofondati nelle viscere della terra, schiacciati da montagne e isole e i loro tentativi di liberarsi sarebbero la causa dei terremoti.

Zeus, signore degli dei e dell’Universo, riprese così a regnare dall’alto dell’Olimpo, come ci narrano le leggende tramandate dai nostri antichi.



Come si può non rimanere affascinati da questo immenso mondo fatto di leggende , amore , passione , intrighi, complotti e gelosie ?

Vostra, Katrine Petrova

Il Pavone

Si assoccia sempre la vanità dell’uomo a quella del pavone.

Il pavone , però , apre la sua coda nel periodo dei corteggiamenti o per difendersi da un evenutale minaccia.

l’uomo usa la bellezza con malizia e puro egocentrismo o superbia.

È il pavone che deve stare attento a non diventare uomo.

Katrine

MITO DI DEMETRA E PERSEFONE

Demetra, figlia di Crono e di Rea era la madre di Persefone, avuta dal fratello Zeus.

Un giorno Persefone, mentre coglieva dei fiori con altre compagne si allontanò dal gruppo e all’improvviso la terra si aprì e dal profondo degli abissi apparve Ade, dio dell’oltretomba e signore dei morti che la rapiva perchè da tempo innamorato di lei.

Il rapimento si era compiuto grazie al volere di Zeus che aveva dato il suo consenso ad Ade per compiere la violenta azione amorosa.

Demetra, accortasi che Persefone era scomparsa, per nove giorni corse per tutto il mondo alla ricerca della figlia sino alle più remote regioni della terra. Ma per quanto cercasse, non riusciva ne a trovarla, ne ad avere notizie del suo rapimento.

Ratto di Proserpina (nel mito di Demetra e Persefone)

Ratto di Proserpina (Persefone nella mitologia latina è identificata con Proserpina),
Bernini, Galleria Borghese, Roma (Italia)

All’alba del decimo giorno venne in suo aiuto Ecate, che aveva udito le urla disperate della fanciulla mentre veniva rapita ma non aveva fatto in tempo a vedere il volto del rapitore e suggerì pertanto a Demetra di chiedere a Elios, il Sole. E così fu. Elios disse a Demetra che a rapire la figlia era stato Ade.

Inutile descrivere la rabbia e l’angoscia di Demetra, tradita dalla sua stessa famiglia di olimpici. Demetra abbandonò l’Olimpo e per vendicarsi, decise che la terra non avrebbe più dato frutti ai mortali così la razza umana si sarebbe estinta nella carestia. In questo modo gli dei non avrebbero più potuto ricevere i sacrifici votivi degli uomini di cui erano tanto orgogliosi.

Si mise quindi la dea a vagare per il mondo per cercare di soffocare la sua disperazione, sorda ai lamenti degli dei e dei mortali che già assaporavano l’amaro gusto della carestia.

Il suo pellegrinaggio la portò a Eleusi, in Attica, sotto le spoglie di una vecchia, dove regnava il re Celeo con la sua sposa Metanira. Demetra fu accolta benevolmente nella loro casa e divenne la nutrice del figlio del re, Demofonte.

Col tempo Demetra si affezionò al fanciullo che faceva crescere come un dio, nutrendolo, all’insaputa dei genitori, con la divina ambrosia, il nettare degli dei.

Attraverso Demofonte la dea riusciva in questo modo a saziare il suo istinto materno, soffocando il dolore per la perduta figlia. Decise anche di donare a Demofonte l’immortalità e di renderlo pertanto simile a un dio ma, mentre era intenta a compiere i riti necessari, fu scoperta da Metanira, la madre di Demofonte. A quel punto Demetra, abbandonò le vesti di vecchia e si manifestò in tutta la sua divinità facendo risplendere la reggia della sua luce divina.

Delusa dai mortali che non avevano gradito il dono che voleva fare a Demofonte, si rifugiò presso sulla sommità del monte Callicoro dove gli stessi Eleusini gli avevano nel frattempo edificato un tempio.

Pinax con Persefone e Ade sul trono - V secolo a.C. da Locri Epizefiri Italia

Persefone e Ade sul trono
Pinax, V secolo a.C., Locri Epizefiri (Italia)

Il dolore per la scomparsa della figlia, adesso che non c’era più Demofonte a distrarla, ricominciò a farsi sentire più forte che mai e a nulla valevano le suppliche dei mortali che nel frattempo venivano decimanti dalla carestia.

Ade e Persefone convintanti - Pittura etrusca IV sec. a.C.

Ade e Persefone convintanti – Pittura etrusca IV sec. a.C.

Alla fine Zeus, costretto a cedere alle suppliche dei mortali e degli stessi dei, inviò Ermes, il messaggero degli dei, nell’oltretomba da Ade, per ordinargli di rendere Persefone alla madre. Ade, inaspettatamente, non recriminò alla decisione di Zeus ma anzi esortò Persefone a fare ritorno dalla madre. L’inganno era in agguato. Infatti Ade, prima che la sua dolce sposa salisse sul cocchio di Ermes, fece mangiare a Persefone un seme di melograno, compiendo in questo modo il prodigio che le avrebbe impedito di rimanere per sempre nel regno della luce.

Grande fu la commozione di Demetra quando rivide la figlia e in quello stesso istante, la terrà ritornò fertile e il mondo riprese a godere dei suoi doni.

Solo più tardi Demetra scoprì l’inganno teso da Ade: avendo Persefone mangiato il seme di melograno nel regno dei morti, era costretta a farvi ritorno, ogni anno, per un lungo periodo. Questo infatti era il volere di Zeus.

Fu così allora che Demetra decretò che nei sei mesi che Persefone fosse stata nel regno dei morti, nel mondo sarebbe calato il freddo e la natura si sarebbe addormentata, dando origine all’autunno e all’inverno, mentre nei restanti sei mesi la terra sarebbe rifiorita, dando origine alla primavera e all’estate.

Persefone Demetra e Trittolemo, rilievo greco, V sec. a.C.

Persefone Demetra e Trittolemo, rilievo greco, V sec. a.C.

Katrine Petrova

vane speranze

Se c’è una cosa che la società di oggi non prende assolutamente in considerazione è la solitudine.

Come si fa a vivere in una società che si basa sulla moda, sui follower su intangram sul numero di mi piace su facebook … in pratica su tutte le superficialità del mondo? Perchè? Perchè così alla fine è più facile… tutti sembrano presi dalle cose del mondo, feste, assemblee,scuola,lavoro e nessuno che per un attimo si fermasse a guardare il suo vicino e per una volta che lo guardasse senza pregiudizio.

Perchè ho come il presentimento che se fossi su un auotbus e stessi per svenire solo se fossi fortunata qualcuno correrebbe in mio aiuto?

Perchè non ho alcuna fiducia nella società?

Probabilmente l’unica risposta è per ciò sopraelencato…in pochi capiranno ciò che voglio dire ma il sistema fa schifo e le persone la maggior parte delle volte sono false! su chi si può contare ? su se stessi e su poche persone fidate anche se non si conosce mai veramente qualcuno .

Chi può dire di essere stato sempre felice, appoggiato, con un amico sincero, un amore stupendo? probilmente pochi o nessuno… arriva sempre il momento in cui ci si sveglia dal sogno o incubo (dipende dai punti di vista)

So bene da dove scaturisce questo mio senso di non apparteneza al mondo ovvero dalle mie esperienze della poca vita che ho vissuto :

Persone che ti giudicano e  basta

Persone che ti insultano e basta

Professori che non sostengono ma affondano

Impegno che non compensa come dovrebbe

Si la frase più banale sarebbe la vita è ingiusta eppure tutti lo sanno e a quanto appare  va bene così dopotutto! L’Unico aggettivo che al momento mi viene in mente è TRISTE e l’unico consiglio che mi viene in mente è NON FATEVI ABBATTERE DALLA SOCIETà E FANCULO L’OTTIMISO NON LO VOGLIO COME SCUDO!

Si ok il consiglio può essere praticabile per un giorno o due ma la vita sa sempre come riuscire a piegarti se ti vuole affondare affondi e allora cosa serve tutto questo?

vivi – soffri- resusciti-festeggi-ami-soffri ancora – serenità-muori.

Se l’epilogo in qualsiasi piano uno si faccia e sempre solo uno ? il minimo comune denomiantore che accomuna tutti gli uomini della terra è sempre lo stesso ed uno solo. CHE SENSO HA TUTTO QUESTO? centinaia ,migliaia,milioni di uomini e donne prima di me si sono fatti la stessa domanda e non si sono riusciti a dare una vera e propria risposta ne sono consapevole eppure è sempre lì ,la domanda è sempre lì che pende sopra le nostre teste e attende solo che qualcuno venga a tagliare la corda…

Sono più che certa che la risposta arrivi ma c’è solo un modo.. così rassicurati da questa insoddisfacente soluzione mettiamo da parte il quesito perchè d’altronde una domanda senza risposta apparente è una domanda inutile.

Non voleva e non vuole essere un articolo sul senso della vita ma dopotutto  il minimo comune denominatore è sempre lì!

A.N.

 

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